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Comunicare

Correva l’anno… o forse meglio dire: “C’era una volta” perché di tempo ne è passato ma soprattutto n’è passata di acqua sotto i ponti. 

Allora era la prima volta che passavo l’estate in Cappadocia, avevo ancora un lavoro vero in Italia e, anche se avevo fatto già diversi viaggi alla ricerca di vecchi kilim, ancora non parlavo che poche parole di turco oltre ai saluti convenzionali, grazie, prego e così via.
Oggi, ad anni di distanza, abbandonato il lavoro nel Giappone d’Europa, la Brianza, quando faccio una serata di proiezioni di fotografia per raccontare un po’ di Turchia o spiego uno dei viaggi che organizzo lontano dai circuiti classici, mi capita spesso che mi chiedano in che lingua si parla o se è facile capire il turco perché la barriera linguistica viene vista da molti come un deterrente sufficiente per restare a casa propria. 

Per tranquillizzare tutti, riporto spesso questo aneddoto.
Sulla piazza del paese c’è il negozio di Savaş il barbiere, il suo nome vuol dire “guerra” e vederlo con il rasoio in mano è un’esperienza.
Eravamo già diventati amici, cosa assai facile: basta un sorriso e in più sapevo stupire con le poche parole che conoscevo, e la mia barba era diventata affar suo da qualche settimana.
Quel giorno entro nel suo negozio e ci sono un paio di persone che aspettano, Savaş mi dice che in cinque minuti sarà il mio turno. Avete presente i cinque minuti del barbiere? Qui diventano un’ era geologica. Dico che tornerò ma uno dei vecchietti mi invita a bere l’onnipresente çay. Ha un sorriso aperto, gli occhi vispi, porta con eleganza gli abiti che indossa, assomiglia a Sean Connery. Mi sembra un gigante: per stringergli la mano ne servono due delle mie.  

Non so dir di no e mi accomodo con lui sul divanetto. Un fischio al çayci* dall’altra parte della piazza e dopo poco il vassoio coi bicchieri a forma di tulipano arriva volando.

Sean Connery comincia a chiedermi un sacco di cose, ovviamente in paese la mia presenza non è passata inosservata e tutti sanno già tutto ma un’altra cosa è farlo di persona.
“Di dove sei?” “Italia”
“Su o giù?” disegnando uno stivale su un foglio di un giornale.
“Su – indico io – Vicino alla Svizzera.”

“Ah, la Svizzera! Molti amici hanno lavorato in Svizzera”

“Bene, io spesso sono a Lugano, la mia ragazza abita lì”

“Sei sposato?” mi chiede indicando l’anulare sinistro.

“No, fidanzato” dico io indicando il destro.
Tutti sono interessati alla conversazione, qualcuno di passaggio è entrato nel negozio e ci aiuta con qualche parola in francese e in inglese. Savaş se la ride tra un pelo e un contropelo, il ragazzo del tè ormai esce solo quando è il momento di andare a prenderne degli altri.

Lui è dispiaciuto, a gesti, sorrisi e disegni mi dice che dovrei esserlo perché sono un brav’uomo e che dovrei avere anche dei figli. Turgut, si chiama così, ne ha uno: Mehmet detto Reis, lo conosco dal 1990, gli ha dato un nipote, bello, forte, ne è orgoglioso, si chiama Turgut, come lui. 

Tira fuori il suo orologio da taschino: “Vedi?!” mi dice, dietro c’è incisa la locomotiva, il segno del progresso, mi indica l’immancabile ritratto di Ataturk sul muro, il simbolo del progresso della Turchia.

“Lo voglio vendere, ti piace?” 

“Si – gli dico – ma se ti do 50.000 lire se ne vanno, questo invece lo devi dare a tuo nipote!”

“Giusto – e mi dà una pacca sulla spalla con le sue mani forti – sei una brava persona!”
Chiacchieriamo ancora e, quando è il suo turno, mi lascia il posto senza che io abbia la minima possibilità di dire di no.
Savaş mi fa accomodare e con arte compie il suo dovere.

Pago la rasatura, mentre il conto dei çai, ampiamente superiore al servizio, è offerto dalla casa. Ci salutiamo tutti con calorose strette di mano, “Saatler olsun”** mi dicono e me ne vado. 

Passa qualche giorno, la mia barba ricresce, e mentre cammino per il paese assolato d’estate in compagnia di un amico che parla bene francese, il signor Turgut seduto su una panchina nel fresco dell’ombra del çaybahcesi, il giardino del tè, al centro del villaggio mi saluta con grandi gesti e un sorriso ancor più grande.

L’amico mi chiede se lo conosco, “Certo – dico io – ci ho parlato due ore l’altro giorno dal barbiere!”. Lo dico con un certo orgoglio dato le mie limitate capacità lessicali e in effetti il mio amico è fin troppo incredulo: “Con lui??? Veramente?!?!?!” 

“Ma sì, ti dico! Mi ha detto che è il papà di Mehmet, che suo nipote si chiama Turgut come lui.”
“No, non è possibile!” 

Il mio amico sembra proprio non avere fiducia nel mio turco, d’altronde non posso dargli torto, e Turgut non conosce altre lingue.
“Accidenti, guarda, è lui! Mi ha raccontato di casa sua, che Mehmet lavora al negozio di tappeti, anche che, dato la mia età, dovrei avere già almeno un figlio!!!”
Con un’espressione sempre più incredula insiste:

“No, è impossibile!!!”

“Sì, ti dico. Ora ci fermiamo a parlare con lui e glielo chiedi!”

“Sì, sì – mi dice lui con una risata più gioiosa che di scherno – ma non so cosa potrà dirmi: guarda che il signor Turgut è MUTO!!!”

“Come?!?!?”
Veramente non me ne ero accorto, credevo che disegni, gesti, mimi, suoni che quel giorno faceva parlando con me fossero perché io non parlo turco e lui non parlasse altro che quello.
L’entusiasmo di intendersi mi aveva portato in una dimensione diversa da quella reale e formale, la voglia di comunicare rende superfluo parlare la stessa lingua fonetica.
Quando mi chiedono consigli sui viaggi invito sempre a lasciarsi andare e dimenticare che non ci si capisce. 

Nel mio primo viaggio in Turchia, 8.000 km sugli autobus locali, ho “chiacchierato” con tutti. Spesso la signora seduta da parte a me mi faceva capire che suo nipotino parlava inglese perché lo studiava a scuola e sarebbe stato d’aiuto per intendersi. Si finiva sempre con un invito a pranzo come ospite d’onore e scoprivo che le frasi in inglese erano sempre, e solo, “watz ior neim?” “wer are iu from?” e “au old are iu?” ma questo non è mai stato un problema, anzi! 

Anche se quei ragazzini sono diventati grandi ed è più facile che in Italia trovare chi parla le lingue, capita di trovarsi con chi parla solo turco o il dialetto del posto, quello che parlano in Cappadocia sta alla lingua nazionale come il bergamasco sta all’italiano, la voglia di comunicare è la stessa, spesso ancora più grande di prima, tesa a capire le differenze, a comprendere i comportamenti di terre a loro lontane ma rese più vicine dai media.

L’unico consiglio che posso dare, per godersi un viaggio e trasformarlo in qualcosa di speciale, è aprirsi e comunicare.


* Çayci: è la persona che porta il tè. La parola è composta dal sostantivo

** Saatler olsun: è un augurio, uno dei molti della lingua turca, impossibile da tradurre nella nostra lingua. Lo si dice quando si è fatta la barba o alla fine del bagno turco.