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Diyarbakir (sesta parte)

Ho attraversato l’Eufrate!

Basta il nome per rievocare ricordi lontani, nati quando eravamo sui banchi delle elementari. Nessuno sapeva dov’era il luogo-mito del quale il fiume segnava i confini insieme al Tigri. La Mesopotamia tanto affascinante e irraggiungibile, per forza: non si sapeva né dov’era né come andarci. Il mondo allora mi sembrava enorme e mi sentivo rassegnato a dover rinunciare a vedere certi posti che dovevano essere incredibili.
Invece eccomi qui!

Il piccolo traghetto, carico di auto e camion, procede lento e silenzioso. Il buio è quasi totale.

Nella mezz’ora di attraversata chiacchiero un po’ con tutti, curiosi di sapere cosa ci faccio qui e come la penso di questo e di quello. Mi chiedono quanto è grande l’Italia, in quanti milioni siamo, quante religioni ci sono. Domande molto interessanti.

Forse è l’influenza di Diyarbakir, città nera, città spettro, che fa paura nella mente di molti ma che in realtà è multiconfessionale e cosmopolita. Non molto, a dir la verità, ma quanto basta.

A pensarci bene è la prima volta che la conversazione con la gente di strada non verte sul calcio.
I nuovi amici mi invitano a dormire a casa loro, a cenare e si offrono di portarmi in giro, non mancano di informarsi se conosco la strada, se ho benzina a sufficienza e se voglio seguirli per non perdermi.

Veramente troppo gentili.

Sbarchiamo sulla riva opposta, ora posso veramente dire di essere in Mesopotamia.

La strada corre diritta in un buio totale, devo fare la massima attenzione a pecore, cani e pastori: nessuno di loro, pur muovendosi a bordo della carreggiata e a volte nel mezzo porta i catarifrangenti.

Ogni tanto, in mezzo al niente più assoluto, dove non c’è, non dico una luce, ma nemmeno un bagliore lontano, piccole figure camminano lungo la strada: bambini solitari nella notte più nera che c’è.

La tentazione di fermarmi a chiedere dove vanno e da dove vengono è grande.

La città è enorme, raggiungere l’albergo in centro è un’impresa che riesco a portare a termine solo seguendo un tassista.

Ormai è quasi mezzanotte ma la fatica della giornata scompare quando arrivo in albergo: mi accoglie uno splendido caravanserraglio del tredicesimo secolo. Ero già stato qui 2 anni fa, e anche quella volta l’emozione era stata indimenticabile. Il cortile illuminato, il fresco dato dalle spesse mura di pietra, la storia che per più di 7 secoli ha segnato questo posto mi trattengono dall’andare subito a dormire.

Mi lascio convincere da un cameriere gentile a bere una birra.

Ci sarà tempo dopo per dormire.