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L’albergo del Sole (quarta parte)

L’albergo del Sole, Günes hotel, si adagia su un lato della piana in prossimità della vetta del Nemrut. La sua struttura massiccia ricorda i grandi rifugi sulle nostre Alpi, anche questo è fatto per resistere alle avversità del tempo. Da qualche anno a questa parte è gestito da Hüseiyn e da Mehmet, che durante l’anno fa l’insegnante elementare in un piccolo villaggio a 50 chilometri da Malatya, sale fin quassù per la stagione estiva, isolato dal mondo, solo ogni tanto c’è il campo per ricevere qualche sms, fare prenotazioni dunque è quasi impossibile, impossibile quasi come trovare tutto pieno: di solito si sale al Nemrut passando dall’altro lato della montagna, da Kahta, pochi sanno che si può fare agevolmente da qui e che da qui si può girare intorno alla vetta, godendo di uno spettacolo unico.

La camera è molto semplice, ma pulita, c’è l’acqua calda prodotta, come sempre in Turchia, coi pannelli solari. Anche la cena è semplice, come se fosse fatta in famiglia, una mergimek çorbasi, zuppa di lenticchie, uno spezzatino di manzo con verdure, e frutta.
Avrei desiderato una buona bottiglia di vino prodotto in zona ma l’albergo non ha la licenza per gli alcolici. Prima di coricarmi esco fuori a fare un giro.
L’aria è tersa e ci sono stelle a non finire, non tante quante ne vidi a Tatvan dal cratere a 2300 metri di altezza circondato dalla cresta del vulcano che sale fino oltre i 3000 metri, ma sempre tantissime con la Via Lattea che si illumina nel nero più profondo.
Accidenti: la Via Lattea!
Da quanto tempo non ci penso, eppure quando ero piccolo ero affascinato dalla sua presenza, la guardavo in Val d’Intelvi con mio padre. Ora purtroppo è così difficile vederla che quasi mi sono dimenticato della sua esistenza e mi sorprende vederla brillare. Siamo così abituati al cielo malato delle nostre città che una sera un’amica, fuori da Anantamatra, un circolo di cultura indiana sui navigli a Milano, dove ho imparato a fare massaggi ayurvedici, disse “Guarda che bel cielo stasera! Guarda com’è arancione!!!”
Mi dispiacque disilluderla dicendole che era arancione per l’inquinamento luminoso e che il cielo dovrebbe essere blu notte, illuminato solo da stelle come quassù.
La mattina mi alzo con calma, i turisti “normali” si sono alzati alle 4 e mezza per salire a vedere anche l’alba, io no!
Con calma scendo a fare colazione, ho il privilegio di farmela servire sull’erba, al sole non ancora troppo caldo del mattino. Un inaspettato e piacevole picnic che viene dalla gentilezza di Mehmet. Mi viene la voglia di stare quassù un altro giorno, per giunta potrei raggiungere a piedi il villaggio dall’altra parte della conca e tuffarmi così in un vortice temporale per fare un salto indietro nel tempo.
Ma sì, quasi quasi mi fermo.
Raggiungo il villaggio a piedi, farlo in auto mi sembra quasi irrispettoso. Mentre mi avvicino i primi che mi notano sono i bambini che giocano, mi guardano, e ridono tra di loro, gli “Hallo!” cominciano a risuonare nell’aria, qualcuno si lancia anche in un “What’s your name?” divertito. Restano sorpresi quando rispondo “Merhaba!” e chiedo loro come stanno in turco.
Ora viene la parte difficile: tutti ormai sono convinti che io capisca perfettamente la loro lingua, e parlano e mi chiedono cose alle quali posso rispondere soltanto suscitando la loro ilarità.
Inizia la gara delle foto, sembra che i bimbi facciano a gara a chi riesce a farsene fare di più. In Turchia se si ha in mano una macchina fotografica e si inquadra una persona raramente ci si sente dire no, è più facile che il soggetto ci chieda di aspettare e vada a chiamare amici e parenti per mettersi in posa. Il bello che spesso e volentieri non ti lasciano nemmeno l’indirizzo, lo fanno solo per il piacere di essere nella tua foto. Se poi la mostrate sul display della macchina digitale allora verrete fagocitati da risa, abbracci e ringraziamenti infiniti.
Mi portano a vedere il villaggio, le donne si mettono a posto il velo e mi sorridono. I bimbi mi trascinano a vedere le stalle e gli animali, quando dico che l’asino legato lì vicino è molto bello e che non ci sono mai salito ridono di gusto e vogliono portarmi a tutti i costi a fare un giro.
Arrivano i grandi e il discorso si fa serio: ”Sono italiano”, “faccio lo scrittore” (sempre che questo sia considerato scrivere), “Sto scrivendo 2 guide sulla Turchia” (sempre che il mio editore abbia ancora la pazienza di aspettare!) “Organizzo viaggi particolari, come questo che sto facendo io, per i turisti speciali”.
Sono tutti contenti e impressionati dal mio abitare in Cappadocia, dal mio turco, in verità molto modesto, ma che li fa sentire onorati del mio sforzo.
L’immancabile çay scorre a fiumi e ormai ho una borsa piena di regali fatti di cose da mangiare. Starei qui ore a giocare con loro, mi rotolerei nel prato, imparerei a mungere una mucca, esercizio suggerito anche questo da un sapiente e saggio bambino, imparerei a fare il formaggio…magari la prossima volta qui in cima mi fermo per qualche giorno in più. Finora i turisti erano degli alieni che arrivavano fin quassù per vedere delle noiosissime teste alte 2 metri e che al massimo si fermavano a fere una foto dalla strada, ora invece c’è n’è uno che vuole imparare a fare il formaggio e a mungere le mucche.
Strana la vita!