Mesopotamia!!!
Lascio il villaggio, come loro che ai primi freddi scenderanno più in basso, mi porto via la voglia di tornare e un sacco di ricordi.
Il mio viaggio prosegue verso l’altro lato del Nemrut.
Lascio il villaggio, come loro che ai primi freddi scenderanno più in basso, mi porto via la voglia di tornare e un sacco di ricordi.
Il mio viaggio prosegue verso l’altro lato del Nemrut.
L’albergo del Sole, Günes hotel, si adagia su un lato della piana in prossimità della vetta del Nemrut. La sua struttura massiccia ricorda i grandi rifugi sulle nostre Alpi, anche questo è fatto per resistere alle avversità del tempo. Da qualche anno a questa parte è gestito da Mehmet, durante l’anno fa l’insegnante elementare in un piccolo villaggio a 50 chilometri da Malatya, sale fin quassù per la stagione estiva, isolato dal mondo, solo ogni tanto c’è il campo per ricevere qualche sms, fare prenotazioni dunque è quasi impossibile, impossibile quasi come trovare tutto pieno: di solito si sale al Nemrut passando dall’altro lato della montagna, da Kahta, pochi sanno che si può fare agevolmente da qui e che da qui si può girare intorno alla vetta, godendo di uno spettacolo unico.
Esco dall’albergo presto, verso le otto, la luce è già intensa e è caldo.
Con la solita perizia che serve per seguire le indicazioni stradali che non ci sono, raggiungo Arslantepe, la Collina dei Leoni, a una decina di chilometri fuori Malatya, è un sito poco visitato ma carico di storia. Alcuni dei reperti più belli ritrovati qui sono ad Ankara al Museo delle Civiltà Anatoliche. . Roba che se la guardi ti torna in mente la foto che c’era sul sussidiari delle elementari!
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Mi sveglio, ho dormito come un sasso.
La temperatura al mattino è fresca, molto, accendo il riscaldamento al minimo per mitigare l’aria che entra in auto, siamo a 1700 metri di altitudine ed è normale che all’alba faccia freddo.
L’ultima volta che sono stato a Malatya era il 1991, ci ero arrivato in autobus,sempre partendo da Uçhisar, dopo 9 ore di un viaggio terribile, culminato in una sosta di 2 ore a Kayseri. Arrivai a destinazione alle 6 del mattino, alla “otogar”. Allora era solo un piazzale polveroso, dovetti aspettare lì per 2 ore, fino all’apertura dell’ufficio del turismo per poter salire fino al Nemrut dagi con un minibus scassato. Ricordo il volume altissimo del televisore che calamitava gli sguardi dei presenti: c’era un uomo disperato che, affranto a causa di una enorme pena d’amore, si rotolava giù per una collina, cantando una melodia così straziante che solo una persona in preda ad atroci dolori in punto di morte sa fare.
Ora tutto è cambiato: la strade sono notevolmente migliorate e le stazioni degli autobus sono organizzate alla perfezione, belle, luccicanti di marmi, quella di Antalya sembra la Malpensa, mentre a Istanbul Esenler è grande come il Meazza, all’interno una fermata del metro e le biglietterie, fuori binari di partenza dei bus disposti a raggiera, quasi 200 binari di partenza!
Parto!
Lascio Uçhisar, questo ombelico del mondo e parto.
Mi dirigo all’est, quasi avessi scelto la strada da fare tracciando una riga col righello.
Voglio andare fino a Mardin, un posto magnifico, carico di intensità.
Passerò velocemente attraverso Kayseri, la vecchia Cesarea, per andare a Malatya, il paese delle albicocche.
Sono quasi le sei, il tramonto inizia a dare pennellate di colore alle roccie che fino a ora erano quasi grigie, è l’ora che mi piace di più qui in Cappadocia: avrò fotografato il castello un milione di volte. Il cielo, le nuvole, i piccioni sembra che si mettano d’accordo per inscenare ogni giorno uno spettacolo diverso fatto di forme, colori e movimento. Percorro la strada che arriva fino ad Avanos passando davanti a Göreme, ai camini delle fate, al contrafforte di roccia traforato di Çavuşin.
Giro a destra verso Kayseri, ora l’Ercyes, uno dei vulcani che ha originato la Cappadocia, coi suoi quasi 4000 metri mi indica la direzione giusta. Arrivato alle sue pendici gli giro intorno e comincio a salire sull’altopiano anatolico.
Gli spazi che si attraversano danno l’idea perfetta di questa piatta altitudine. Non abbiamo negli occhi queste sterminate distese per poterle raccontare facilmente. Lungo la strada che sale fino ad un passo di 1800 metri, tutto è coltivato, si vedono qua e là le tende dei nomadi che piano piano falciano e raccolgono il grano. Incontro 4 villaggi nei primi 200 chilometri del mio viaggio.
Mi fermo a dormire poco prima che faccia buio: non è saggio viaggiare di notte, è facile incontrare animali sulla carreggiata. Di notte questi campi assolati guadagnano una vita che durante le ore calde non c’è: greggi e pastori, mucche, cani, carretti senza luci si spostano intersecando i loro sentieri con auto e camion.
Preferisco un piccolo motel che sembra uno chalet alpino per passare una notte tranquilla.
Andrò a letto presto e domattina mi alzerò all’alba per battere il caldo e godere di un altro spettacolo di luce e colore.
Uçhisar, il centro del mondo.
Spesso mi hanno chiesto come faccio a passare tutta l’estate a Uçhisar, 3.000 anime, la tranquillità più assoluta.
Un amico turco una volta si lamentava dicendo: “Pensa! Qui in paese non c’è nemmeno un ristorante per i turisti!” Gli ho fatto notare che quando mi chiedono un consiglio su dove stare a dormire in Cappadocia dico “Venite a Uçhisar: non c’è nemmeno un ristorante per turisti!”
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Domenica scorsa, dopo 2 settimane in giro per la Turchia, sulla costa Licia e a Cipro, sono uscito a cena a Istanbul con Vania e Marco. Dopo aver tirato tardi al ristorante, hanno un irresistibile bimbo di 2 anni che fa impazzire di gioia tutti i turchi, li riaccompagno in hotel a Sultanahmet e prendo il taxi per Beyoğlu, il quartiere al di là del Corno d’Oro dopo il ponte di Galata.
Questa volta ho deciso di dormire nel mitico Chill Out Hotel Café, dove ero stato per un mese intero quando studiavo turco all’università. Il ragazzo che fa il portiere di notte è lo stesso di 2 anni fa, chiacchieriamo per un po’, cerco ancora una volta di fargli capire cosa faccio, questa volta anche con l’ausilio di audiovisivi ;) accendo il computer e gli mostro le foto dell’ultima settimana di eventi dedicata alla Turchia che ho organizzato a Torino, mostra di fotografie e kilim, le foto degli incontri e dei concerti. Poi mi collego a internet e comincio a lavorare, rispondo alle mail, scrivo un articolo sul turismo equestre in Cappadocia e … suona il telefono … una e mezza di notte …
“Efendim?!? … Ciao Aziz, how are you??” riconosco subito la voce, ho incontrato Aziz e sua moglie 2 anni fa a Şanliurfa, città affascinante al confine con la Siria, la città di Abramo. Aziz ha una piccola pensione immacolata, così pulita che quando mi sono accorto di aver lasciato un’impronta sul pavimento del bagno mi sono sentito in dovere di pulire il pavimento.
Ci siamo sentiti spesso d’estate: io gli mando i viaggiatori che sono diretti dalle sue parti e lui dà il mio numero a chi viaggia per la Turchia.
Questa volta non l’ho avvisato che ero tornato e penso “Ma guarda un po’ Aziz! Si vede che ogni tanto prova a chiamarmi per vedere se sono in Turchia”
Questa volta non l’avevo avvisato del mio viaggio.
”Come stai? ...”
”Bene, grazie!” carino che mi ha chiamato per sapere come sto!
“Si, sono a Istanbul” e io che non ho trovato in 3 settimane il tempo per fargli un pronto e salutarlo :(
Ma come fa a sapere che sono a Istanbul??
”Enrico, hai perso il telefono!?”
Mi chiede se ho perso il telefono …eh eh…fulminato di un turco…
”No Aziz, non ho perso il telefono, mi stai chiamando!!!”
”No no, hai perso il telefono!!!”
Caspita!? Mi viene qualche dubbio: con cosa sto parlando allora? E’ proprio il telefono!!!
”Aziz, che dici?!?!”
“Segnati questo numero 0535….”
”Perché?” chiedo io piuttosto incuriosito e Aziz mi spiega che il tassista che mi ha dato un passaggio ha trovato il mio telefono in auto (AAAAAHHHHH il mio telefono nuovo, ultimo modello, con i miei 700 numeri di rubrica non ancora memorizzati in agenda), lo ha acceso e ha trovato il nome di Aziz, il primo con un numero turco, lo ha chiamato nel cuore della notte spiegando di aver dato un passaggio a un tipo italiano con pizzetto e codino che abita in Cappadocia.
Così Aziz ha capito di chi stava parlando, mi ha chiamato, io ho richiamato il tassista che alle 2 di notte mi ha riportato il telefono.
Cosa posso dire? Sono fortunato ad incontrare persone eccezionali!!!
La mia Vita non sarebbe stata speciale se il Destino non si fosse soffermato a presentarmi persone che, all'istante o col passar del Tempo, si sono rivelate essere eccezionali.
Si dice che gli abitanti di Bursa siano molto felici, non perché da quelle parti siano tutti ricchi, cosa peraltro non vera e che tra l’altro non è nemmeno garanzia di felicità, o perché “Bursa la verde” sia una bella città appoggiata tra il mare e le montagne con l’aria pulita e ricca di boschi e di castagni (questo però vedremo più avanti che aiuta) o per le numerose sorgenti termali e alcuni tra i bagni turchi più belli di tutta la Turchia, se non addirittura dell’Asia Minore, che gli abitanti usano spesso per ritrovare un po’ di tranquillità e benessere con un bel massaggio e qualche ora passata sui marmi caldi vecchi di secoli.
Gli abitanti di Bursa sono contenti perché questa è, oltre che la Città della Seta, la Città dei marron glacé e la Felicità ha tanto a che fare con essi perché per prepararli occorre molta pazienza e molta cura, tanto tempo a disposizione e ottime materie prime, tutte cose che servono anche per essere felici.
Molti si chiedono perché qui la gente è così contenta e il segreto sta proprio nelle castagne che vengono sapientemente trasformate in deliziosi, indimenticabili, peccati di gola.
Non crediate però che basti mangiarne uno per essere felici, anche se sono così buoni che si sciolgono in bocca, anche se la vostra lingua non si è mai sentita così gratificata da nessun altro amplesso con il cibo avuto in precedenza.
Il segreto della Felicità non è uno solo, esattamente come il segreto per fare e gustare un buon marron glacé non sta solo nei pochi ingredienti della ricetta.
Bisogna cominciare da lontano: dalla ricerca delle castagne adatte nei verdi boschi delle montagne di Bursa, a dir la verità una camminata fatta con questo scopo è già di per sé un buon motivo per essere felici.
Quando hai trovato quelle più adatte e sei tornato a casa col tuo prezioso cesto devi preparare tutti gli ingredienti, pentole, termometri e vassoi. Poi puoi cominciare a cuocere le castagne. Il procedimento per avere un buon successo è laborioso e ci vuole molta pazienza.
Inizi mettendole nell’acqua fredda, devi tenere d’occhio la temperatura dell’acqua che non deve superare i 95 gradi. Alla fine, quando uno spillo li può attraversare senza trovare resistenza, devi farli raffreddare lentamente, per un giorno intero.
Quando sono cotte al punto giusto, piano piano, poche per volta, addirittura meglio una ad una, devi immergerle nello sciroppo per fare la glassa. Devi avere un termometro preciso, perché ogni volta che le immergi la temperatura dello sciroppo deve essere superiore di 2 gradi. Più volte le immergi migliore sarà la glassa e ogni volta che le immergi le devi far raffreddare per ore prima di provare a dargli un altro strato di zucchero.
Quando credi di essere soddisfatto degli strati che racchiudono la tua prelibatezza, quando ti sembra che la rotondità dolce sia quasi perfetta, quando i marroni stanno per raffreddarsi per l’ultima volta, quello che in bocca avrebbe potuto darti la maggior soddisfazione si sfalda.
Ora che fare? Non è che i piccoli pezzettini, in cui proprio il più promettente si è sfaldato, siano meno buoni di quanto avrebbero potuto essere se fossero rimasti uniti in un unico grande succulento marrone, è che bisogna saperli apprezzare. Proprio come le piccole gioie della Vita, come un breve sorriso, o le parole “mi manchi” dette da qualcuno che non puoi raggiungere. Piccoli gesti che non dicono tutto, ma che sono come un segnalibro messo in una pagina importante: vederlo ti fa tornare alla mente tutte le sensazioni di quel momento, vissuto intensamente molto tempo prima, come quanto eri al settimo cielo e chissà come ti sei scordato proprio di quella sensazione unica che ora torna alla mente dandoti una gioia dimenticata. Nello stesso modo, se li sai apprezzare, i piccoli pezzi rotti hanno la capacità di far tornare alla mente i marroni perfetti, glassati impeccabilmente, piacevolmente morbidi, quelli che basterebbe guardare per essere felici di averli cucinati. Quelli che ti fanno sentire il loro sapore già mentre li stai avvicinando alla bocca, quelli che devi assaggiare piano piano, che puoi dividere anche soltanto premendoli con la lingua sul palato. Assaggiarne uno di questi fa si che anche tutta la preparazione diventi una gioia. Se li sai apprezzare, se li sai gustare a fondo il loro sapore persiste a lungo, fino alla stagione successiva, e sono spesso capaci di farsi ricordare quando meno te lo aspetti facendoti venire l’acquolina in bocca o sorridere senza motivo.
Peccato che da noi, per dieci lunghi mesi, i marron glacés non si trovino, ma per fortuna sono capace di farli. A volte vengono bene, a volte si spezzano e alla fine trovi solo i rotti, ma la felicità sta solo anche nel cucinarli e se, anche una sola volta, ne hai assaggiato uno di quelli che vengono perfetti, mangiarli ancora diventa quasi un optional, basta ricordarsi di quella delizia che si scioglie in bocca per far nascere un sorriso.
Così come gli abitanti di Bursa sanno apprezzare anche i piccoli pezzetti delle loro “kestane sekeri”, come le piccole gioie della Vita, si potrebbe quasi azzardare che facciano allenamento gustando i marroni per prepararsi alle gioie della Vita: vanno per i boschi, raccolgono e scelgono le castagne migliori pensando a quel buonissimo marron glasé, e già sono felici per questo. Così è facile vederli sorridere per le strade senza un apparente motivo, solo perché hanno incrociato il nostro sguardo o perché hanno visto qualcosa che gli ricorda un momento felice.
Forse, per essere felici, bisogna andare a Bursa: lì i marron glasè si trovano tutto l’anno. Conosco bene la città, ti posso portare per la strade, per i boschi, negli hammam e nella pasticcerie dove i marron glacés si trovano tutto l’anno, o ti posso dare la ricetta, ma è molto difficile da seguire, oppure, più semplicemente, potremmo imparare a riconoscere ed apprezzare di più tutte le piccole belle cose che ci accadono così sarà più semplice essere felici.
Che spettacolo l'eclissi!!!
Sono volato fino in Cappadocia per vedere l’eclissi totale di sole. Questo è il racconto di quel viaggio che un'amica mi ha fatto tornare in mente.
Non ero molto convinto che ne valesse la pena, come molti avevo visto, o meglio ho creduto di vedere, l’eclissi dell’agosto ’99 dall’Italia, io ero in Sardegna. Una piccola fetta di luna aveva oscurato uno spicchio di sole, ma non era stata una grande emozione, gli effetti dell’evento erano stati trascurabili, così sono partito per Uçhisar con in testa una domanda: perché la gente va fino in capo al mondo per vedere le eclissi?
La Cappadocia è attraversata dalla linea centrale dell’eclisse
, Uçhisar e casa mia solo a pochi minuti da essa. La linea ha una localizzazione molto precisa, è il punto centrale dell’ombra e si muove con essa disegnando una retta che percorre la superficie terrestre. Più vicino sei a questa linea più l’ombra ti avvolge. Noi eravamo proprio lì! Nei giorni che precedono l’eclissi si può sentire nell’aria la tensione generata dall’attesa dell’evento, l’emozione diventa quasi palpabile più ci si avvicina al momento, al minuto, meglio, all’esatto secondo previsto da millenni: 29 marzo 2006, ore 13 e 03 minuti e 50 secondi.
In zona tutti parlano della stessa cosa e il paese non è mai stato così cosmopolita e variopinto: la gente è arrivata qui da tutto il mondo, semplici turisti trascinati dagli amici, mistici, giovani, anziani, distinti signori e hippy anacronistici, astronomi, astrofili, astrologi e astroqualsiasicosa. Il vanto si fa sul numero di eclissi già viste, sulla dimensione del telescopio, su quanti milachilometri si è percorso per arrivare fin qui. Si dice che in 20 mila siano ad Antalya, città sulla costa del mediterraneo ed anche lei attraversata dalla linea centrale, per un enorme “eclipse party” con musica e tamburi. Qui non c’è più una camera libera, non c’era così tanta gente dagli anni novanta. Noi mistici-pragmatici con voglia di vacanza e di quiete abbiamo scelto la Cappadocia perché, se dovesse essere brutto tempo, da qui possiamo facilmente spostarci a sud-ovest o a nord-est per trovare il cielo limpido, non si può rischiare di dover aspettare oltre 2 anni e andare fino in Mongolia per colpa di qualche nuvola.
Ho organizzato il viaggio all’ultimo momento, con gli amici che ho incontrato alla mostra di kilim e fotografie che ho esposto alla Strada a Cantù. Confidando nel fatto che a Uçhisar qualcosa succede sempre non ho preparato nulla di preciso e infatti facciamo comunella con 4 astrofili olandesi, s di Boston e una coppia di genovesi, tutti armati fino ai denti di GPS, bussole e telescopi. Lascio che scelgano loro il posto migliore per organizzare un bel picnic con spettacolo celeste, conoscono le stelle, io la Cappadocia, gli ingredienti per una bella settimana ci sono.
Nei giorni precedenti all’evento facciamo i turisti. Piano piano la tensione cresce, dopo una giornata di ricerca gli olandesi hanno scelto il posto: una collina a Özkönak, esposta a sud-ovest, le ombre volanti e il buio arriveranno da lì.
Il posto è perfetto, lo raggiungiamo due ore prima del momento fatidico, volevamo che fosse isolato per poter ascoltare solo la voce della natura, nelle vicinanze c’è solo una fattoria dove allevano agnelli con un’aquila, che aveva l’abitudine di portarseli via, ad ali spiegate appena ammazzata inchiodata sul muro, così terrà lontane le altre.
Da qui la vista può spaziare per chilometri nella direzione giusta, in pianura di fronte a noi in mezzo al verde scorre pigramente lento il Kizilirmak, il fiume rosso, il più lungo della Turchia, dal quale già gli ittiti cavavano l’argilla che si usa ancora oggi per i vasi e le ceramiche di Avanos. Troviamo un pianoro adatto per stendere i grandi kilim che mi ha prestato Faruk (a proposito, domenica l’ho visto in tv in un servizio sulla Cappadocia, vedi: http://www.rai.tv/mpplaymedia/0,,RaiTre-Kilimangiaro%5E12%5E40261,00.html), si sente il profumo di erbe e di fiori. Mentre i nostri amici del mestiere piazzano cavalletti e strumenti per osservare corone e macchie solari, noi miscredenti tiriamo fuori vino, formaggio e frutta.
Il momento si avvicina, da quando inizia primo contatto, quando la luna tocca il bordo del sole, la luce inizia gradualmente a cambiare, diventa più fredda, sembra che i primi colori ad andarsene siano i rossi, anche la temperatura scende, gli animali se ne accorgono, diventano inquieti e rumorosi. Potrei dire che nell’aria c’è qualcosa di inquietante. Sentiamo i cani della fattoria latrare, gli uccelli sono come scomparsi, ora fa freddo. Si alza anche il vento, generato dalle differenze termiche. Si zittiscono poco prima che il cielo azzurro senza una nuvola e il sole caldo di primavera lasciassero il posto a 3 minuti di notte a mezzogiorno.
Tutto è diventato silenzioso, in un istante è diventato buio, gli occhi non ancora abituati hanno visto per prima cosa le stelle, poi è comparsa la corona solare, nessuno di noi dice più una parola, restiamo tutti col fiato sospeso, a bocca aperta, col naso all’insù. Sono istanti interminabili, è incredibile! Le gambe quasi non mi reggono, è notte profonda, le stelle brillano in pieno giorno, cosa sta succedendo? Guardo i miei compagni, sono tutti inebetiti. Lo spettacolo è difficile da descrivere, le emozioni ancora di più, ho il cuore in gola.
Riesco finalmente a staccare gli occhi dalla corona solare, mi guardo intorno, in lontananza la pianura e le montagne sono ancora illuminate,
vedo il fiume Rosso, con le sue pigre anse trasformate in specchi che riflettono la luce di un tramonto che non appoggia sulla linea dell’orizzonte, ci circonda, è sospeso in aria ai bordi dell’ombra nera che ci avvolge, ne disegna i confini, come se qui fossimo coperti da una nube di temporale e intorno il sole fosse ancora splendente, solo che questa nube è enorme e il cielo sopra di noi va dal blu profondo al nero pece, trapunto di stelle. So che saranno 3 minuti e 40 secondi di eclissi totale, ma sembra un tempo interminabile. Immagino cosa sia stato per i popoli primitivi assistere ad un evento come questo, ad una fine del mondo così repentina.
All’improvviso la corona si spegne, ritorna la luce, vedo di nuovo la Terra tutta intorno, vedo le facce dei miei compagni, sembra che tutti non vedessero l’ora che finissero questi brevissimi interminabili 3 minuti quasi quattro per abbracciarsi, per pensare, senza dire, “scampato pericolo”. L’ombra che velocissima fa sparire la pianura e le montagne, il nero e il freddo della notte, le stelle, la danza della corona solare, il tramonto sospeso tutto intorno, l'emozione è stata profonda, nella durata dell’eclissi totale c'è stato il tempo di guardarsi in giro, e dentro, e di riflettere.
Sfido chiunque a dire che quando il sole è ricomparso non ha tirato un sospiro di sollievo.
Il mio è stato profondo.
Le emozioni sono ancora fortissime ad un anno e mezzo di distanza, non c’è stato bisogno di fare alcuno sforzo per imprimere i ricordi nella memoria. Avrei voluto essere in mille posti diversi per poter ammirare uno spettacolo del genere:
tra i Camini delle Fate a Pasabagi (1), tra i pinnacoli della valle Bianca (2), dalla cima del Castello di Uçhisar (3) o nella valle Rosa (4)
Ho già dato appuntamento a molti amici per organizzare un viaggio per vedere la prossima perché ora so perché la gente attraversa il mondo per assistere allo spettacolo delle eclissi.
La prossima sarà il primo agosto 2008 in Mongolia,
partiamo insieme o ci vediamo lì?